Sui Campi flegrei è scontro tra scienziati dell’Istituto nazionale di geovulcanologia. Le conclusioni del nuovo studio pubblicato su Nature, circa l’esistenza di una soglia di pressione «critica» durante il processo di ascesa del magma oltre il quale ci potrebbe essere un risveglio (unreast) del vulcano, vengono contestate da Giuseppe De Natale, ex direttore dell’Osservatorio vesuviano.

A firmare lo studio (Magmas near the critical degassing pressure drive volcanic unrest toward a critical state) è un’équipe guidata dal professore Giovanni Chiodini, che per anni ha studiato il vulcanesimo nella caldera flegrea. La notizia della scoperta ha creato allarme nell’area flegrea ed è stata ripresa anche da molti giornali internazionali. De Natale però, intervistato dal sito Fanpage, appare scettico sulle conclusioni e afferma: «Sto studiando da un po’ di tempo i dati geochimici e ho molte riserve da un punto di vista scientifico, perché i dati evidenziano come negli ultimi 15 anni non ci sia magma in superficie. La crisi bradisismica è molto leggera e non è consistente con l’arrivo di nuovo magma in serbatoi superficiali. Comunque — conclude — il fatto che io scientificamente non sia d’accordo con questo lavoro, non significa che il fenomeno è da sottovalutare».

De Natale sottolinea poi che se si è passati dal livello verde, (assoluta quiete) a quello giallo (sorveglianza) nella caldera vulcanica flegrea «è perché il bradisismo dopo venti anni di abbassamento, tra il 2005 e il 2012 ha fatto registrare un’inversione di tendenza. Il nuovo episodio di innalzamento è meno intenso dei precedenti, ma dura da molti anni. È evidente però che sono segnali da non sottovalutare in un’area vulcanica attiva».

Raggiunto al telefono, il professor Chiodini non vuole entrare in polemica diretta con il suo collega, tuttavia chiarisce: «Lo studio pubblicato da Nature parte da un progetto di due anni fa e i controlli sulle riviste scientifiche si basano su refer internazionali di alto livello. Intanto, non abbiamo mai parlato di serbatoi di magma superficiali, ma di un modello geochimico. Ricordo, comunque, che uno dei parametri con cui si giudica la bontà degli studi è proprio il gran numero di lavori scientifici e di pubblicazioni che uno scienziato ottiene. La verità — aggiunge — è che nei Campi flegrei abbiamo verificato l’esistenza di un fenomeno nuovo. Nessuno vuole creare allarme, ci mancherebbe. Ma sostengo che, pur essendo quella una delle zone più monitorate, servono ricerche più approfondite e anche scambi di opinioni tra scienziati che hanno idee diverse. La ricerca andrebbe certamente incrementata perché ci sono ancora troppe cose che non sappiamo. Personalmente — conclude Chiodini — sono favorevole ad aprire un tavolo di discussione e confronto scientifico con il collega De Natale e con tutti quegli studiosi che hanno competenze specifiche, possibilmente nelle sedi opportune prima ancora che sui media».

Il punto insomma resta proprio quello degli approfondimenti nelle ricerche su uno dei vulcani più pericolosi al mondo, in quanto densamente abitato. E come al solito è una questione di finanziamenti ridotti ormai al lumicino. I tagli selvaggi alla spesa pubblica hanno colpito anche la ricerca. Lo stesso Ingv deve fare i conti con risorse scarsissime. Un quadro non esaltante in un territorio ad altissimo rischio sismico e vulcanico.