Sarà solo una coincidenza, legata al fatto che quest’anno la prima settimana di settembre parte proprio con lunedì 3, data che nel ‘calendario’ delle stragi di mafia ha un significato. Ma di certo colpisce la singolarità che per Sergio De Caprio, ufficiale dei carabinieri noto all’opinione pubblica come ‘capitano Ultimo’ del nucleo scelto dell’Arma che nel 1993 arrestò il boss Toto’ Riina, la revoca del diritto all’uso dell’auto blindata scatti nel giorno dell’anniversario dell’assassinio, da parte della mafia, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo ucciso il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’autista Domenico Russo. La decisione è dell’Ufficio centrale interforze personali. E lui, De Caprio, commenta in un’intervista a TPI: “Sono un soldato, non ho il diritto di entrare nel merito di questa decisione”. E aggiunge: “Chiaramente la vicenda legata alla mia sicurezza riguardava ciò che alcuni collaboratori di giustizia, tra cui La Barbera, spiegavano sul killer Bagarella, che in un’occasione aveva offerto un miliardo di lire a chi avesse fornito indicazioni su di me”.

In verità, la scorta gli era già stata revocata una volta, nell’ottobre 2009, per poi essere assegnata nuovamente nel gennaio 2010. “Ho scelto di vivere con un basso profilo – dice nell’intervista – Avevo la tutela, il quarto livello di scorta, quello più basso, ma se questa è la decisione la rispetto”. L’ufficiale dei carabinieri, pur affermando di accettare la decisione, richiama l’attenzione sulla pericolosità di Bagarella: “Bisogna mantenere alta l’attenzione su di lui, non sul capitano Ultimo, che si deve difendere come può anzi, è lui che deve difendere i cittadini”.

Una sentenza capitale senza prescrizione

De Caprio a causa delle sue indagini antimafia è finito più volte nel mirino di Cosa nostra e vive con una sentenza capitale che pende sulla sua testa, una sentenza che non va in prescrizione. Alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato i progetti di uccisione: il pentito Gioacchino La Barbera, ad esempio, ha riferito in udienza pubblica che Leoluca Bagarella aveva offerto a un carabiniere che forniva notizie a Cosa nostra un miliardo di lire per avere informazioni su dove alloggiava il capitano.

E il pentito Salvatore Cangemi il 22 luglio 1993 sostenne di avere partecipato a una riunione con Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci e Michelangelo La Barbera nel corso della quale Provenzano gli comunicava l’esistenza di un progetto per catturare vivo il capitano ultimo oppure di ucciderlo. Anche il pentito Giuseppe Guglielmini il 9 maggio 1997 disse di avere appreso dal killer Giovannello Greco, che Bernardo Provenzano aveva l’intenzione ossessiva, il chiodo fisso di uccidere il capitano Ultimo. Ma il militare puntualizza: “Sensibilizziamo tutti, specie i tecnici che devono valutare la pericolosità di Bagarella, che resta un temibile killer di Cosa nostra. Tanto è vero che è al 41 bis in carcere. Questi sono gli aspetti su cui è bene mantenere alta l’attenzione”.

“Questo – continua – è un processo che merita l’attenzione di tutti e che ci obbliga a tenere alta la guardia. A prescindere dalla mia vicenda, la gente deve pensare a sopravvivere, la gente ha diritto di lavorare, di avere una casa”. E a proposito dell’anniversario dell’assassinio di Dalla Chiesa, l’ufficiale afferma: “Oggi ricordiamo un generale, il comandante dei carabinieri combattenti, il generale che è andato sulla strada, che non si è nascosto, che ci ha donato l’esempio e noi dobbiamo cercare di seguire quell’esempio. Dobbiamo cercare di chiedere scusa tutte le volte che non siamo all’altezza di quell’esempio”. “Dobbiamo chiedere scusa ai cittadini e ai familiari di quel generale abbandonato, ostacolato durante la sua carriera. Il mio dovere è cercare di seguire l’esempio del generale Dalla Chiesa. Il mio dovere è donare la mia energia, il mio esempio, la mia vita al popolo, alle persone che hanno fede nell’uguaglianza e nella fratellanza, la legalità non puo’ esistere senza questi due elementi”.

De Caprio conclude sottolineando: “Ho cercato di fare negli anni la mia parte insieme a tanti carabinieri, volontari, cittadini che hanno cuore un paese, una comunita’ di famiglie, di persone belle che hanno diritto a vivere senza prevaricazioni o violenze, contro ogni mafia e contro ogni terrorismo”.

Rita Dalla Chiesa: “Una decisione incredibile”

“È una decisione incredibile. Sono indignata, dispiaciuta e amareggiata, non riesco a capirne fino in fondo i motivi”, ha dichiarato, ancora a Tpi, Rita Dalla Chiesa, figlia del generale assassinato il 3 settembre di 36 anni fa dalla mafia. È uno stato che continua a commettere gli stessi errori? “Sembra di sì, eppure le persone sono cambiate, ci si sarebbe aspettato un atteggiamento diverso. Non sono andata a Palermo oggi per ricordare mio padre anche per questo motivo, ho preferito stare vicino a Ultimo – spiega la giornalista e conduttrice televisiva – Nella sua solitudine ho riconosciuto la stessa di mio padre. Ma la solitudine cui è lasciato un uomo che ha fatto tanto per noi, per i cittadini, per questo stesso Stato, non può essere dimenticata o minimizzata”. Perche’ “e’ la solitudine che ti porta verso il pericolo. Questo mi preoccupa molto, anche se gli uomini di Ultimo sicuramente non lo lasceranno solo. Ma e’ lo Stato che non dovrebbe mancare. E’ quando un uomo resta solo che poi il pericolo cresce, lo aveva detto papa’ a Giorgio Bocca. Mi sono dovuta rivolgere sui social a Salvini, pur sapendo che la scelta della scorta non dipende direttamente da lui, ma da un ufficio che e’ all’interno di quel ministero. Il ministro ha detto ‘mi informo, conosco Ultimo e quello che ha fatto’. Mi sarei aspettata maggiore partecipazione, non da parte dei cittadini, perche’ c’e’ stata, e’ mancata la presa di posizione delle istituzioni”.

Per Rita Dalla Chiesa, “serviva un segnale piu’ forte rispetto a cio’ che (Ultimo) sta vivendo. Parliamo di un uomo che da quando ha preso Riina vive con la faccia coperta, sfiderei chiunque a vivere cosi’. Significa perdere la propria liberta’, in modo totale. So quello di cui parlo, ho vissuto con la mia famiglia le stesse cose, specie quando mio padre combatteva contro le Brigate Rosse”.
La revoca cade anche in un giorno particolare. “Un po’ mi ha colpito la coincidenza della data con il giorno in cui e’ morto mio padre – ammette Dalla Chiesa – mi ha dato una motivazione in piu’ per decidere di prendere a cuore la causa. Piu’ che un fatto politico ci dovrebbe essere una presa di coscienza di tutti. Ci sono scorte a persone che conosco, di cui a nessuno frega piu’ niente, vecchi politici, gente che non si occupa piu’ di nulla”.

Fonte: https://www.agi.it/cronaca/capitano_ultimo_senza_scorta_tolta-4339246/news/2018-09-03/