La questione di Higuain temo sia tutta in un dettaglio: i diritti d’immagine e la possibilità che tali proventi possano essere gestiti in condizioni di quasi off shore. Non c’entra niente l’attitudine alla vittoria, i compagni di squadra, lo stadio e l’impianto sportivo. Questioni decisive, ma che in questa vicenda sono del tutto irrilevanti.
Il modello finanziario sul quale si è basata la crescita costante e sistematica dall’inizio dell’era De Laurentiis è un modello avveduto, sano, affidabile che prevede regole ben note ex ante e pertanto non negoziabili. Per trattenere Higuaìn, De Laurentiis ha fatto il massimo, rinunciando alla trattativa. Gesto che non dev’essere frainteso per non trasformare la scelta unilaterale
ed inopponibile del giocatore, in una crisi di nervi che rischia di rovinare quanto di buono abbiamo ottenuto in questi anni. È vero, va via colui che ha fatto 36 gol, ma abbiamo ancora tutti quelli che glielo hanno consentito.
La trattativa non è stata avviata perché la società ha inteso affermare la propria posizione: non vogliamo in nessun modo facilitare la cessione. Ma quando è stato firmato il contratto sono state previste condizioni molto spinte che prevedevano una crescita di circa tre volte il prezzo di acquisto. Se dopo tre anni quelle condizioni si sono verificate ed il giocatore ha raggiunto un valore di mercato pari alla clausola rescissoria, la società, il presidente, il management, per come sono previsti questi contratti, non possono fare nulla, non hanno alcuna leva. L’unica, era richiamare il contraente alla considerazione del rapporto con la tifoseria e la città, tanto forte da toccarsi con mano, ed anche questo, invano, è stato fatto.
A chiudere l’operazione sono stati una società che considera il Napoli l’unico reale contendente per lo scudetto ed un procuratore cointeressato con il contraente. Con molta lucidità le decisioni della famiglia Higuaìn si sono basate su un solo punto, quanto è come (mi riferisco agli aspetti fiscali) il giocatore guadagnerà nei prossimi anni, serviranno a lui ed a tutta la sua famiglia per vivere nei prossimi trenta. Per quanto riguarda la Juve, ha invece deciso da tempo di potenziare il suo organico, ma sopratutto di depotenziare il nostro, acquisendo la quasi certezza di rientrare in Champions, anche nel prossimo campionato, come prima in classifica. Il prezzo della clausola, non è altro che il valore dell’opzione alla vittoria del prossimo scudetto.
Allora è bene innanzitutto chiarire che non c’è nulla da rimproverare al presidente ed alla società ed ora dovremmo fare in modo da non avere nulla da rimproverare neanche a noi, cercando di chiudere il prima possibile la questione.
L’operazione, è una performance tipica del modello Juve, un modello che si basa sulla vittoria a tutti i costi e dove le partite le giocano, da sempre, fuori dal campo. Strateghi, avvocati, mediatori più o meno leali, si muovono un anno intero per entrare, con qualunque mezzo, nelle relazioni istituzionali, nei media, tra i professionisti che contano, tra coloro che a vario titolo hanno peso nel mondo nel calcio.
La Juve è un pezzetto, quello più rumoroso e sleale, di una holding globale che ha bisogno di quell’oggetto, necessariamente vincente, per fare altro.
Il Napoli è una squadra che appartiene alla città, ad un popolo, non ad una collettività indistinta. È una società gestita da anni nel rispetto del fairplay finanziario, una squadra che gioca sempre meglio ed ha saputo legare a sé nomi di calibro internazionale come Hamsik, Reina, Insigne, Callejon e talenti emergenti come Hysaj ed altri. Evitiamo quindi di farci del male con discussioni fuorvianti. Questioni che non fanno altro che accrescere la soddisfazione della collettività bianconera abituata a vivere di riflesso, ad alimentarsi della rabbia altrui, non riuscendo a gioire dei successi propri, successi sui quali aleggia un eterno velo di nebbia, un velo che rende tutto innegabilmente diverso.
P. Russiello