“Finché ci sarà un solo barcone in difficoltà, noi saremo lì a soccorrerlo, perché il nostro compito è salvare le persone e perché la vita umana è al di sopra di ogni polemica politica”. Viviana di Bartolo ha maturato una lunga esperienza in centri di accoglienza migranti in Sicilia e a Bologna. Poi, nel dicembre scorso, ha deciso di imbarcarsi sull’Aquarius, la nave di ‘Medici senza frontiere’ e ‘Sos Mediterranee’. Viviana ha quindi vissuto in prima persona la crisi scoppiata dopo la chiusura dei porti alle Ong da parte del governo italiano.

Esattamente un mese fa l’Aquarius, dopo aver salvato 630 migranti, fu costretta a vagare per giorni nel Mediterraneo con il suo carico di persone a bordo, fino a che la Spagna non offrì l’approdo nel porto di Valencia. Da quel momento le operazioni di soccorso da parte delle Ong sono drasticamente diminuite. “Nei giorni successivi all’approdo a Valencia – spiega Viviana all’Agi – siamo tornati a pattugliare la zona del tratto di mare fra Libia e Italia ma, da parte della Guardia Costiera italiana, non c’è arrivata alcuna segnalazione di imbarcazioni in difficoltà.

Ora siamo a Marsiglia per uno scalo tecnico ma vogliamo tornare in mare al più presto perché la nostra missione è soccorrere le persone. In queste settimane le condizioni sono cambiate ma anche prima per noi Ong non era facile operare. Vuol dire che cambieremo l’organizzazione e la struttura dei soccorsi aggiornandole alle nuove condizioni ma soprattutto confidando in un accordo vero fra i Paesi Ue, basato sul rispetto del diritto internazionale che impone il salvataggio delle persone in mare”.

“Assurdo pensare che siamo in combutta con gli scafisti. Ma portiamo la croce”

Viviana parla con voce tranquilla ma c’è una cosa che proprio non può tollerare. Vale a dire, l’accusa rivolta alle Ong di essere in qualche modo in combutta con gli scafisti. “Noi – spiega Viviana – ci muoviamo sempre e soltanto in coordinamento con la centrale operativa della Guardia Costiera italiana. Quando c’è un’imbarcazione in difficoltà, è l’IMRCC che raccoglie il segnale di sos e segnala la cosa alle navi che si trovano nei paraggi. Anche nei casi in cui siamo noi a individuare un gommone, non interveniamo direttamente ma avvertiamo prima le autorità per ottenerne l’autorizzazione e solo successivamente passiamo all’azione”.

Viviana tiene a sottolineare che Aquarius opera nel Mediterraneo da febbraio 2016 e da allora ogni azione di soccorso è avvenuta in stretto coordinamento con le autorità e in piena trasparenza, visto che sulla nave sono spesso presenti giornalisti di diverse nazionalità e diverse testate che possono testimoniare il modo di operare della Ong.

“L’accusa, o anche solo il sospetto, che noi possiamo essere in combutta con gli scafisti – insiste Viviana – non sta in piedi proprio perché mai abbiamo soccorso un’imbarcazione in difficoltà senza il consenso della Guardia Costiera e senza che la stessa ce lo avesse chiesto”. Ma come si può sentire oggi un volontario che opera in condizioni complicate per salvare vite umane, quando si sente accusato, o magari solo sospettato, di agire in combutta con i trafficanti di uomini? Viviana fa un sorriso amaro: “Siamo un po’ come Gesù che porta la croce, noi non cerchiamo gratificazioni o consensi, vogliamo solo salvare vite”, ripete come fosse un mantra. “E lo facciamo perché il soccorso in mare è un obbligo, non solo morale ma anche legale. La vita umana è al di sopra di ogni critica e di ogni polemica politica e, finché ci sarà un solo barcone in difficoltà, noi saremo lì a soccorrere le persone”.

“Migranti? Per noi sono persone. Le loro storie sono terribili”

Di storie Viviana ne ha raccolte tante. Storie terribili, di violenze, stupri, torture. Storie di traversate nel deserto tra fame e malattie. Storie di detenzione nelle carceri libiche. Storie di sofferenza che provocano dolore solo a immaginarle. “Eppure negli occhi spaventati delle persone che soccorriamo – ci dice Viviana – c’è non solo gratitudine ma anche il desiderio di essere accolti, di essere inseriti in un contesto di umanità, di non essere considerati solo un arido numero da riportare su un titolo di giornale. Noi li chiamiamo profughi, migranti, ma in realtà abbiamo davanti Ibrahim, Ahmed, Rasha. Dobbiamo renderci conto che sono semplicemente ‘persone’, con gli stessi sogni, le speranze, le aspettative, i desideri d’amore di ogni uomo. Persone che hanno avuto il coraggio o la necessità di mettere in gioco la loro vita per fuggire da fame e guerre o magari per tentare di avere un futuro degno di essere vissuto”.

Viviana spiega come i soccorritori familiarizzino immediatamente con i migranti nella fase che va dal salvataggio vero e proprio fino all’attracco in un porto sicuro: “Ti raccontano la loro storia ma subito dopo ti chiedono se possono darsi da fare. Le donne in genere vogliono poter cucinare, gli uomini rendersi in qualche modo utili. Ti dicono subito che vogliono essere inseriti in un contesto, per non sentirsi emarginati, invisibili. Noi – ci fa capire Viviana – soccorriamo persone che hanno perso tutto, sia fisicamente che moralmente. Raccogliamo persone ‘nude’ e dobbiamo restituire loro la dignità che ogni uomo merita”.

Da quando si è imbarcata sull’Aquarius, Viviana avrà partecipato al salvataggio di almeno 1.500 persone. Il soccorso più drammatico è stato quello del 27 gennaio scorso, operato in condizioni di estrema emergenza: “Quando arrivammo molte persone erano in acqua. Facemmo tutto il possibile ma per qualcuno non ci fu niente da fare”. Il ricordo di quella tragedia è racchiusa nel corpicino di Richard, un bimbo di 6 mesi così piccolo e leggero da scomparire nella coperta che lo avvolgeva tutto. Miracolosamente si salvò ma alla sua mamma non andò bene: “Fui io a sollevare il corpo senza vita di quella donna. In quel momento pensai che il suo bambino era rimasto solo al mondo”.

“Le storie più difficili sono quelle delle donne”

Le storie di donne sono quelle che più restano impresse nella mente di Viviana. “Forse perché sono donna anch’io – spiega – o forse perché a me sembrano tutte più drammatiche delle altre. Si tratta di donne oltremodo coraggiose. Ricordo una ragazza eritrea con tutto il corpo devastato dalla scabbia. Teneva in braccio disperatamente i suoi due bambini: uno aveva due anni, l’altro era nato solo pochi giorni prima durante la traversata dalla Libia”. Ma i racconti che più fanno orrore sono quelli dei centri di detenzione libici dove avviene ogni sorta di violenza e sopruso. Nei confronti delle donne, in particolare: “Una ragazza, anch’ella eritrea, mi raccontò di aver partorito una settimana prima in una prigione libica senza alcuna assistenza medica, aiutata dalle donne che si trovavano come lei in stato di detenzione”.

La gravidanza era stato frutto di ripetuti stupri: di notte la ragazza, insieme a molte altre, veniva prelevata e portata all’esterno per essere abusata da diversi uomini che, con ogni probabilità, pagavano le guardie carcerarie per questo orrendo ‘servizio’. Viviana ha il brevetto di soccorritore a mare ‘MIP Lifeguard’ e diversi certificati marittimi e paramedici. Il suo compito è guidare uno dei tre gommoni in dotazione della nave Aquarius, quelli che servono per il primo soccorso alle imbarcazioni in difficoltà. I gommoni hanno il compito di trasportare i migranti sulla nave mettendoli così in stato di sicurezza. Solo successivamente le autorità indicano il porto vicino più sicuro dove approdare. L’equipaggio della Aquarius è composto in tutto da 35 persone. Ci sono tre squadre di soccorso composte da marinai professionisti e ufficiali di coperta.

Quindi una squadra di medici, infermieri, ostetrici e mediatori culturali gestita da Medici senza frontiere e infine l’equipaggio di bordo. Le operazioni di soccorso possono durare anche diverse ore. Dalla nave partono i gommoni che si avvicinano all’imbarcazione in difficoltà. Il primo passo è fornire a ogni persona un giubbotto di salvataggio: “Spesso noi operiamo in condizioni di estrema emergenza, non solo per le condizioni del mare ma soprattutto per lo stato delle imbarcazioni che sono sempre fatiscenti. Si tratta di imbarcazioni assolutamente irregolari che non rispettano le più elementari norme di sicurezza e sono costruite con materiali di scarto. I gommoni non sembrano neanche fatti di gomma ma di carta, per quanto sono leggeri. Basta un niente per rovesciarli e far finire in acqua il carico di esseri umani”.

“Spesso sono in stato di incoscienza, di ipotermia. Molti bambini malnutriti e con la scabbia”

Quindi si passa subito all’individuazione di chi ha immediata necessità di intervento medico: “Spesso – spiega Viviana – ci troviamo di fronte a persone in stato di incoscienza o di ipotermia o che hanno subito bruciature da carburante. Naturalmente ci occupiamo in prima battuta dei bambini: molti di loro sono piccolissimi, hanno pochi mesi, se non pochi giorni di vita. E sono tanti quelli che giungono da soli, senza nessun adulto che li accompagni. Tutti – uomini, donne, bambini – sono malnutriti, molti di loro hanno la scabbia”.

Ma quel che Viviana non riesce proprio a dimenticare sono “i volti, gli occhi impietriti dalla paura che implorano aiuto. Quelle – dice senza tradire apparentemente l’emozione – sono ferite che non si possono rimarginare mai. Eppure io sono felicissima del mio lavoro”. Poi un filo di amarezza: “Certo, fa rabbia sentire che qualcuno possa ritenere che tutto questo sia ‘una pacchia’ o frutto di un accordo di malaffare fra le Ong e gli scafisti. Noi non abbiamo alcun contatto con chi gestisce il traffico di migranti. Arriviamo dove c’è bisogno di noi, dove occorre salvare vite umane. Lo facciamo con passione ma anche con professionalità, semplicemente perché questo è il nostro mestiere”.

Fonte: https://www.agi.it/cronaca/aquarius_migranti_salvini_toninelli-4133176/news/2018-07-10/