Diego Nuzzo è l’anima di Wunderkammer, un percorso che unisce due sue passioni: il teatro e il design. Venerdì scorso ha voluto chiudere la stagione nella sua casa, a Discesa Sanità, andata a fuoco «accidentalmente» a Capodanno. Perché è nel ventre di Napoli che l’architetto ha deciso di vivere e resistere 17 anni fa. Fino all’altro ieri sera, quando con una tanica di benzina gli hanno incendiato la porta di casa. «Un’intimidazione di chiaro stampo camorristico. Qualcuno non vuole che si ritorni a sorridere, a fare cultura, a stare bene. Qualcuno ritiene che a Discesa Sanità si debba vivere nel terrore e nell’incultura, nella barbarie e nella violenza», si sfoga.

Cosa può mai aver fatto alla camorra un architetto, che da sempre fa cultura in città?

«Sono fuori dal contesto. Dopo 17 anni sono considerato ancora un corpo estraneo, da espellere. Leggo libri e non va bene. Do del lei alle persone, non va bene. Giro col giornale sotto il braccio. Spesso voi del Corriere mi avete interpellato sulla Sanità. Mi hanno detto: ‘o zzi ‘a vuo’ ferni’ e parla’ ncopp’ ‘o giurnale? Sono l’unico che nel quartiere indossa il casco per andare in motorino e me l’hanno sconsigliato, perché quelli che girano col casco in testa solitamente fanno le stese».

A Capodanno la sua casa è bruciata.

«Accidentalmente, nella misura in cui è normale sparare fuochi di artificio a tutte le ore perché è uscito di prigione un boss o è arrivata una partita di droga o per festeggiare qualche piccirella. Questa è la normalità alla Sanità».

È andato in Questura. Cosa le hanno chiesto?

«Chi era il responsabile».

E cosa ha risposto?

«Che me lo devono dire loro. Che nel mio palazzo siamo solo in tre ad avere un mestiere. Gli altri sono Lsu o spacciatori o usurai».

In diciassette anni come è cambiata la Sanità?

«È peggiorata».

E allora quando raccontiamo di padre Loffredo, dei ragazzi della Paranza, del teatro di Mario Gelardi, della voglia di riscatto non è la realtà?

«Certo che lo è, si racconta chi ci prova. Il 30 settembre con Colonnese pubblichiamo un libro con 10 racconti di scrittori sull’ebrezza. Abbiamo deciso di devolvere i proventi a don Antonio, alla Fondazione San Gennaro. Ma il punto è: tutto ciò a che serve?».

A che serve?

«Non lo so più. Mi sembra che resti solo la violenza. Nel 2003 sono stato accoltellato, la polizia non è mai arrivata. Quante volte ho chiamato i vigili di pattuglia: diciamo la verità, hanno paura».

Eppure lei ha scritto: «La cattiva notizia è invece che nonostante la vostra invidia da buoi castrati, da maiali che sguazzano nel fango senza guardare mai il cielo, da odiatori di professione che riescono a godere solo dei problemi altrui, noi non smetteremo mai di sorridere, di avere entusiasmo, energia, voglia di bellezza, desiderio di condividere, di trasmettere positività. Lo dobbiamo alla vita”. Oggi non sorride proprio.

«Questa volta probabilmente me ne andrò. Ma proprio via da Napoli visto che la violenza è così diffusa. Vuol dire che hanno vinto? Sì. Forse è venuto il momento di lasciare la città ai Misso e alle altre famiglie di camorra».

Cos’è paura?

«Macché, ne ho viste e subite troppe per aver paura. Sono nero. Qualche tempo fa ho scritto una lettera al quartiere che avrebbe dovuto firmare Luigi de Magistris».

Qual è il contenuto?

«Cari cittadini e cittadine vi chiedo scusa perché non vi ho saputo difendere».

L’ha firmata?

«Non la firmerà mai».

fonte : corriere del mezzogiorno