L’abbraccio più lungo, in mezzo al caos del varco arrivi dell’aeroporto di Capodichino, è quello silenzioso tra Felicia e Francesco, il suo fidanzato, in lacrime. Lunghi capelli castani, volto terreo, Felicia, 22 anni, giovedì sera a Nizza è scampata alla morte assieme alla sua famiglia sulla Promenade des Anglais.

La giovane sbarca alle 12.34 dal volo Nizza-Napoli (il primo dopo l’attentato) con papà Francesco Cinque, mamma Annamaria e i nonni. Tutti insieme quella sera guardano i fuochi d’artificio sul lungomare di Nizza. Si salvano, per fortuna. Ma nella ressa tra gli spari, la folla divide Felicia dai genitori. Mamma e figlia si tengono per mano, quando all’improvviso arrivano gli spari e la ragazza finisce travolta nella ressa sul lungomare. Un attimo e comincia l’incubo. I genitori, verso la via del porto, la salvezza. Felicia nel budello del panico, tra il fuoco incrociato degli spari. Da sola. “Erano da poco finiti i fuochi d’artificio – racconta papà Francesco – quando abbiamo sentito degli spari.

All’inizio abbiamo pensato a una lite, poi ai fuochi d’artificio, infine abbiamo realizzato che c’era una sparatoria in corso. Ci siamo accorti che ci trovavamo a 10 metri dal camion dell’attentatore, quando è stato fermato dalla polizia. Ma questo lo abbiamo capito solo dopo, dalla televisione. Tutte le luci erano spente sul lungomare. Siamo scappati in direzione della spiaggia, verso il porto, la folla correva impazzita.

La nostra fortuna è stata trovarci nel posto dove c’è stata la sparatoria finale, quando è stato ucciso l’attentatore. I corpi delle povere vittime non li abbiamo visti. Ma la cosa peggiore è stata perdere mia figlia.

Per due ore non ho saputo nulla di lei”. Felicia, spinta dalla folla, terrorizzata dagli spari, si butta su un tendone di un ristorante e finisce sulla spiaggia. Tenta di nascondersi, in lacrime manda un messaggio vocale su WhatsApp al fidanzato e chiede aiuto. Ma non c’è linea, lei non riesce a mettersi in contatto con i suoi.

“Non potevo crederci – racconta il giovane Francesco rimasto a Napoli – mi diceva che c’era stato un attentato sul lungomare e mi chiedeva di aiutarla. Ho chiamato tutti ma i telefoni sembravano disattivati, ho vissuto un incubo. Non sapevo se fossero vivi o morti. Ancora oggi non sto bene fisicamente e psicologicamente, è stato un trauma per tutti”. “È stato un incubo – dice, tra le lacrime mamma Annamaria mentre abbraccia Felicia – non riuscivo a darmi pace di aver perso mia figlia ed essermi salvata io”.

Felicia non parla, le lacrime scendono sul suo viso. “L’ho cercata in strada come un pazzo – ricorda il papà Francesco – per Felicia è stata più dura che per tutti noi. Si è spaventata perché si è trovata dove è continuato il conflitto a fuoco, ha vissuto scene di panico all’interno del locale assieme a un centinaio di persone. Poi grazie al ponte telefonico con l’Italia, finalmente mio figlio da Milano è riuscito a parlare con Felicia e mi ha detto dov’era. Ho trovato lei e ho perso mia moglie. La polizia l’ha costretta a entrare nell’hotel Meridien per proteggerla, non riuscivo a comunicare al telefono, non sapevo dov’era. L’ho saputo sempre grazie ai miei figli che dall’Italia mi guidavano. Insomma, davvero una brutta esperienza”.

“Per noi questo è un bel giorno – dice Bianca, la figlia rimasta a Scafati per studiare, dopo aver stretto in lacrime il papà – se ora li abbracciamo, è per miracolo, ho pensato e ripensato a chi non ha potuto farlo. Ho vissuto minuti di panico da quando mia mamma mi ha inviato un sms vocale e mi ha detto, piangendo di aver perso mia sorella, che c’era stato un attentato. Non c’era nessuna notizia in televisione né sul web. Mi sono solo attaccata al telefono e ho cercato di aiutare da casa. Ma è stata l’attesa più lunga della mia vita”. Sono abbracci intensi, pieni di lacrime, quelli tra Bianca e i suoi all’arrivo.

“Mia sorella è traumatizzata – racconta – mi ha raccontato di aver visto un uomo cadere tra la folla. Mi ha detto che, quando è arrivata al ristorante, ha pianto sulla spalla di un ragazzo italiano sconosciuto come se fosse uno di famiglia. Insomma, non sta ancora bene. Si è appena laureata in psicologia, questa doveva essere un’estate di svago per lei”.

“Se non ritornerò a Nizza non è per questo motivo – conclude papà Francesco – certo, non è una cosa che dimenticherò facilmente. Se fosse accaduto dieci minuti prima, sarebbe stata una carneficina, il lungomare si stava sfollando. Il luogo dove si vede il camion era zeppo di gente. E la sensazione più terribile è che siamo esposti ancora, che può succedere ovunque. Non è finita”.