Il Tribunale di Milano potrebbe rappresentare un crocevia fondamentale per quella che è una questione annosa e che era ora che in qualche modo potrebbe definitivamente risolversi. Stiamo parlando dei diritti delle canzoni di Lucio Battisti, ma soprattutto parliamo della loro nuova vita, finalmente, sulle piattaforme online. Una data attesa da molti anni, da quando la moglie Grazia Letizia Veronese, a quanto dice proprio su richiesta dello stesso Lucio, ha negato l’utilizzo delle musiche del marito praticamente per tutto ciò che esulasse la vendita dei dischi e i diritti SIAE. Quindi un no secco a pubblicità, film e perfino a commemorazioni pubbliche, come accadde al piccolo Comune di Molteno, che per una festa in onore di Battisti si beccò una bella denuncia.

Ma un no è pesato negli ultimi anni più degli altri, e non solo dal punto di vista finanziario: quello alle piattaforme streaming. Su Spotify non esiste Lucio Battisti, o meglio, esiste ma in versione farlocca, ovvero si possono trovare su una pagina a lui dedicata basi musicali orrendamente riprodotte e un disco di suoi classici ricantati da tale Michele Fenati, che sarà pure indubbiamente appassionato, ma non ce ne voglia se lo posizioniamo ad un oceano di distanza dal grande Lucio.

Un danno che negli anni avrebbe potuto causare una frattura tra Battisti e una nuova generazione di ascoltatori che, se non fosse per Youtube, lì i pezzi si trovano, avrebbe scarsissime possibilità di venire a contatto con le splendide melodie del duo più famoso, storico e produttivo della storia del pop italiano, quello composto da Battisti con Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol.

Sono 25 i milioni di album venduti con i loro dodici dischi, quindi un patrimonio che raccoglie alcuni dei classici del pop italiano. Nel 1969 viene fondata la società Acqua Azzurra Srl con lo scopo di gestire i diritti di questi dodici album prodotti dalla premiata ditta. Le quote sono così divise: 56% a Lucio Battisti, cui nel 1998, alla morte, subentrerà la moglie Grazia Letizia Veronese con il figlio Luca; il 9% a Mogol e il restante 35% alla Ricordi, oggi Universal, appartenente al gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré.

La società, dal ritiro delle scene di Battisti in poi, raccoglie circa 800 mila euro l’anno, che sembrano tanti ma non lo sono affatto. I continui no provenienti dalla famiglia non permettono di incassare quanto si potrebbe tranquillamente fare (senza per altro svendere per forza i pezzi di Battisti per situazioni troppo commerciali o degradanti, se davvero era questa la volontà dell’autore che, bisogna ricordarlo, al momento della morte non poteva proprio avere idea del totale mutamento del mercato discografico mondiale; un tempo, per dire, in cui Daniel Ek, fondatore di Spotify, aveva appena 15 anni).

Nel 2012 Mogol fa causa alla signora Battisti, “l’editore ha l’obbligo di promuovere un prodotto altrimenti rischia di morire”; nel 2016 Acqua Azzurra è condannata per inadempienza a risarcire Mogol per 2,6 milioni di euro e l’anno dopo, come spiega il Corriere, la situazione degenera: “La società è finita in liquidazione pur essendo tutt’altro che in dissesto. Nel 2016, infatti, al momento della proroga della durata (le società hanno una scadenza) occorreva il voto di una maggioranza qualificata dei soci, non bastava il 56% fin lì egemone degli eredi Battisti. Universal ha colto la palla al balzo facendo mancare il suo voto decisivo: occasione unica per scalzare la vedova Battisti, rimescolare le carte e candidarsi all’acquisto dell’ambitissimo pacchetto Battisti-Mogol che una perizia avrebbe valutato 14 milioni di euro.

Così Acqua Azzurra è stata affidata a due liquidatori indicati dagli azionisti. Ma la guerra è continuata anche negli indirizzi di gestione da attribuire ai liquidatori o bocciando il bilancio 2017 da loro portato in assemblea. Una polveriera. I due malcapitati professionisti, stoppati sulla via che portava a un’asta del catalogo (operazione osteggiata dagli eredi) e impossibilitati a portare avanti la liquidazione, si sono dimessi e hanno lanciato una sorta di sos al Tribunale delle imprese”.

20 anni fa moriva il grande Lucio Battisti e la sua musica oggi finisce in tribunale. Perché? Ne parliamo nell’inchiesta di oggi @Corriere @M_gabanelli https://t.co/vqzOPha4ul

— Dataroom di Milena Gabanelli (@DataroomCorsera) 5 settembre 2018

Una situazione tesa dove tutti in pratica fanno causa a tutti, perfino alla loro stessa società, come Luca Battisti che cita Acqua Azzurra anche lui per inadempienza, quindi ciò che si prospetta è la chiusura e il ritorno del patrimonio artistico nelle mani degli autori. Ed ecco che arriviamo ad agosto del 2018; il faldone finisce nelle mani del tribunale di Milano, che affida la società a Gaetano Maria Giovanni Presti, avvocato e docente all’Università Cattolica, dettando alcune linee guida: Presti ha dunque “tutti i poteri di legge — scrivono i giudici — volti alla miglior liquidazione della società, nessuno escluso, che eserciterà nella sua piena discrezionalità e responsabilità senza necessità di autorizzazione alcuna dei soci, compresa la possibilità di concedere licenze di sfruttamento economico delle opere anche online”.

A breve dunque Lucio Battisti sarà disponibile legalmente su tutti i nuovi supporti online per l’ascolto della musica e tutti quei giovani che non lo conoscono potranno riscoprire quei capolavori che rappresentano indiscutibilmente le radici del pop italiano, che hanno fatto scuola sotto tutti i punti di vista, talmente immensi da entrare nella cultura e letteratura del nostro paese; capolavori che il pubblico ha già consegnato alla storia.

Fonte: https://www.agi.it/cronaca/lucio_battisti_diritti_autore_canzoni_spotify-4346503/news/2018-09-05/